PROBLEMA TATTICO O MENTALE? LA DIFFERENZA TRA SQUADRA (E ALLENATORE) “DA SCUDETTO” E “DA COPPE”…

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E’ bastata la sconfitta casalinga col Cagliari (immeritatissima, alla luce dell’enorme mole di occasioni da gol create nel secondo tempo a fronte dell’unico tiro in porta dei sardi…) affinché uscissero allo scoperto tutti gli anti-Napoli (“papponisti” ed ex “sarristi” in primis) che, dopo settimane di silenzio tombale, sono ritornati a sparlare di quella che dovrebbe essere la loro squadra del cuore, della società, dell’allenatore, del turn-over, del modulo, degli attaccanti che non segnano, del centrocampo a due (che poi, come precisato dallo stesso Ancelotti, tanto a due non è!), dei cosiddetti “fuori ruolo” e chi più ne ha più ne metta…

Personalmente l’unico appunto che mi sento di muovere ad Ancelotti è quello di aver letteralmente regalato un tempo al Cagliari con la scelta (a mio modestissimo avviso) infelice di puntare dall’inizio sull’attacco leggero: capisco ricorrere ai piccoletti in avanti in caso di necessità (vedi inizio stagione) ma dal momento che ieri sera in panchina c’erano sia Milik che Llorente, francamente si stenta non poco a comprendere il motivo di questa decisione, a maggior ragione contro un avversario come il Cagliari che, com’era ampiamente preventivabile, avrebbe puntato a chiudere tutti gli spazi giocando con tanti uomini dietro la linea della palla e contro il quale, pertanto, sarebbe servito alzare la palla alla ricerca della spizzata vincente. Addossare, invece, la colpa della sconfitta al turn-over e/o al modulo, quando per 9/11 la formazione scesa in campo ieri sera era la stessa che, otto giorni prima, aveva giocato (e vinto) contro il Liverpool, appare oltremodo pretestuoso e fuori luogo, sia perché, come visto, in campo c’erano tutte o quasi quelle che, in teoria, dovrebbero essere considerate le “prime scelte”, sia perché, per chi non se ne fosse accorto, ieri sera il Napoli, nel primo tempo, si è posizionato spesso con una sorta 3-4-3/3-4-2-1 (con Di Lorenzo “bloccato” in difesa al fianco di Manolas e Maksimovic, Mario Rui e Callejon sulle corsie esterne con Allan e Zielinski in mezzo e Insigne e Lozano che agivano ai lati/a supporto di Mertens finto centravanti) che poi in fase di non possesso (e cioè quasi mai) diventava il solito 4-4-2/4-4-1-1 (con l’abbassamento, a sinistra, di Mario Rui in difesa e di Insigne a centrocampo) mentre nelle fasi di maggiore pressione diventava un 3-2-4-1 (con Mario Rui e Callejon che superavano i due centrocampisti centrali e si posizionavano ai lati di Insigne e Lozano alle spalle di Mertens). In un siffatto canovaccio tattico chi (e dove) sarebbero i famigerati e tanto vituperati “fuori ruolo”?

Anziché parlare sempre (e il più delle volte a sproposito) di turn-over e modulo, sarebbe forse il caso di soffermarsi, con la dovuta attenzione, sull’approccio a determinate gare e, di conseguenza, sulla tenuta mentale di questa squadra, dal momento che, numeri alla mano, il Napoli di Ancelotti non sembra essere assolutamente in grado di inanellare, tra campionato e coppe, più di tre vittorie consecutive (da agosto 2018 ad oggi è accaduto solo una volta, alla fine della stagione scorsa, quando, con la mente ormai scevra da qualsiasi tipo di pressione psicologica, il Napoli sconfisse, in sequenza, Frosinone, Cagliari, Spal e Inter, salvo poi capitolare a Bologna all’ultima di campionato); come è possibile che una squadra di caratura internazionale come il Napoli, che annovera un organico dal valore complessivo stimato in oltre 600 milioni (il secondo d’Italia e il 14.imo d’Europa e, quindi, del mondo), allenata da uno dei tecnici più bravi, preparati e vincenti del pianeta, dopo aver conseguito tre successi di fila finisce sempre per steccare la quarta gara (e spesso contro avversari di caratura nettamente inferiore)? Sembra quasi un blocco psicologico invalicabile, come se dopo la terza vittoria consecutiva la squadra tendesse a rilassarsi, a “sedersi”, a sentirsi “mentalmente appagata”, a “specchiarsi”, finendo così con giocare con eccessiva superficialità e, di conseguenza, col prendere sottogamba l’impegno successivo.

Il vero limite di questa squadra, e ahimè del suo allenatore, non è, a mio avviso, di natura tattica, bensì mentale: manca la “cazzimma”, la mentalità vincente, la capacità di saper tenere sempre altissima la concentrazione, la giusta determinazione, quella carica agonistica che ti porta ad essere un “rullo compressore” (indispensabile per poter vincere i campionati), tipica invece delle squadre di Antonio Conte che, non a caso, è in testa alla classifica a punteggio pieno; del resto se Ancelotti ha vinto “appena” 4 campionati sui 21 finora disputati alla guida di squadre di elevato valore tecnico (come il Parma di Tanzi, la Juve, il Milan, il Chelsea, il Paris Saint Germain, il Real Madrid, il Bayern Monaco e lo stesso Napoli), ossia gli stessi vinti da Conte in soli 5 campionati, un motivo dovrà pur esserci: spiace ammetterlo ma le squadre di Ancelotti, pur essendo quasi sempre ben disposte in campo e tecnicamente ben allenate, troppo spesso mancano di quella continuità di risultati e di quella tenuta mentale senza la quale ci sono più probabilità di primeggiare nelle Coppe (ben 16 titoli all’attivo per Ancelotti tra Champions, Mondiale per Club, Supercoppe Europee, Intertoto, Coppe e Supercoppe nazionali varie) che in campionato (per il quale, evidentemente, serviva più un Conte, che tatticamente non sarà bravo quanto un Ancelotti o un Sarri, ma che, come visto, sa trasmettere ai suoi uomini quella grinta e quella determinazione necessarie per vincere gli scudetti)!

Giuseppe Santoro

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