Lettera a Higuain (che in tre anni in azzurro non ha capito che per i Napoletani essere anti-juventini è una “religione”)

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“Caro” (si fa per dire…) Gonzalo,

ho riflettuto a lungo se scrivere o meno questo pezzo (che infatti vede la sua pubblicazione a distanza di giorni dalla duplice sfida ravvicinata tra Napoli e Juventus…) perché il solo pensiero di “rivolgerti la parola” (nonchè di doverti definire “caro”…) già mi urta tantissimo, ma alla fine ho deciso di scriverlo ugualmente poiché ritengo che ci sono alcune cosucce da chiarire.

Ho letto da più parti che all’indomani della gara di campionato (la prima delle due) avresti riferito ad alcuni tuoi conoscenti di esserci rimasto abbastanza male per l’accoglienza particolarmente ostile che ti hanno riservato a Napoli, in quanto convinto di aver dato tanto in tre anni per la maglia azzurra e, quindi, di non meritare affatto i fischi, gli insulti e le offese ricevute dai tifosi, tanto che nella seconda gara (quella di Coppa Italia) hai più volte puntato il dito contro il Presidente De Laurentiis in tribuna come a voler addossare a lui tutta la responsabilità di quanto accaduto la scorsa estate.
Ebbene, “caro” (sempre si fa per dire…) Gonzalo, nonostante tu abbia trascorso a Napoli tre anni (ricchi di soddisfazioni, sia per te che per i tifosi del Napoli…), con molta probabilità questi 36 mesi non sono stati sufficienti a farti capire a pieno cosa realmente provano i tifosi del Napoli nei confronti della tua squadra attuale; evidentemente durante la tua permanenza in Campania non ti sei reso abbastanza conto che per i tifosi del Napoli quella con la Juve è una rivalità sentitissima, senza uguali, forse addirittura superiore a quella, di per sé già molto accesa, tra romanisti e laziali (o milanisti e interisti).
Per i Napoletani, infatti, la sfida con la Juve è come una sorta di “derby” (a distanza), anzi, con molta probabilità, ad alimentare questo vero e proprio “odio” dei tifosi del Napoli verso la Vecchia Signora è proprio la mancanza di una seconda squadra cittadina; si dà il caso, infatti, che Napoli sia una delle pochissime metropoli europee ad annoverare una sola squadra di calcio e ciò ha fatto sì che quella bianconera sia, in termini numerici, la seconda tifoseria (dopo quella azzurra) di Napoli e provincia e dell’intera regione (anzi in talune zone della Campania, addirittura si possono contare più tifosi della Juve che del Napoli!). Ci fosse stata, per esempio, un’altra squadra di Napoli in Serie A, quasi sicuramente i tifosi partenopei si sarebbero suddivisi tra queste due compagini e, di conseguenza, tra essi sarebbe nata una grandissima rivalità, esattamente sulla falsariga di quella esistente tra i tifosi della Roma e della Lazio, del Milan e dell’Inter, del Genoa e della Sampdoria, del Torino e della Juve o, spostandoci all’estero, come quella che contrappone i tifosi dell’Atletico Madrid a quelli del Real, quelli del Celtic ai Rangers Glasgow, del Boca Juniors al River, quelli del Flamengo alla Fluminense, etc.

Tuttavia, considerato che la già citata assenza di un secondo sodalizio partenopeo non ha reso possibile tutto ciò, a Napoli (e in tutta la Campania) la sfida più sentita per i tifosi azzurri è proprio quella che li vede contrapposti alla Juventus, anzi, il fatto stesso che tantissimi loro conterranei abbiano deciso di tifare per una squadra verso la quale non vi è nessun tipo di legame territoriale, viene visto da moltissimi tifosi del Napoli addirittura come una sorta di “aggravante”, in quanto milanisti e interisti (così come romanisti e laziali, etc) pur detestandosi a vicenda, se non altro sostengono squadre (diverse) della stessa città, tanto essere definiti, in gergo, “cugini”; per i tifosi del Napoli, invece, venendo a mancare anche questo immaginario “grado di parentela”, la rivalità con la Juve è, paradossalmente, ancora più sentita (a maggior ragione in quelle realtà in cui la presenza di tifosi juventini è particolarmente nutrita e i tifosi azzurri vivono quasi da “stranieri in casa propria”)!
Non a caso il “vero tifoso” del Napoli si professa anti-Juve a prescindere, anzi se a Roma si dice che una sconfitta della Lazio equivale ad una vittoria della Roma (e viceversa) a volte per i tifosi del Napoli una sconfitta della Juve vale addirittura di più di una vittoria della propria squadra e, pertanto, il Napoletano doc tifa contro la Juve sempre e comunque, che si tratti di una gara di campionato, un incontro internazionale o un’amichevole estiva, qualunque sia la sua avversaria (persino quando gioca contro il Verona…) e, per quanto minime, ci sono più probabilità che un giorno possa disaffezionarsi alla squadra del cuore e smettere di seguirla (o, quanto meno, di seguirla con minore interesse/passione) piuttosto che rinunci alla propria avversione per i gobbi!

Ebbene, “caro” (sempre per modo di dire…) Gonzalo, possibile mai che tu in tre anni a Napoli tutto questo non l’abbia capito? Possibile mai che non ti sia reso conto che per un tifoso del Napoli avere un figlio che tifa per la Juve è la peggiore sventura che potesse capitargli? Possibile che non abbia capito che decidendo di andare proprio alla Juve hai dato a quei tifosi che ti avevano eletto a loro idolo e amato alla follia (forse solo Maradona e San Gennaro sono stati amati più di te…) un dolore persino maggiore di quello che si può provare nel trovare la propria donna a letto con un altro uomo? Se dopo tre anni al Napoli (nei quali la squadra azzurra ha ottenuto un terzo, un quinto e un secondo posto, ha vinto una Coppa Italia, una Supercoppa e raggiunto una doppia semifinale in Europa League e in Coppa Italia) volevi cambiare aria, volevi provare nuove esperienze professionali, volevi vestire una nuova maglia e approdare in un club con ambizioni e possibilità di successo più elevate, perché proprio la Juve? Ad oggi, in Europa, ci sono all’incirca una decina di squadre con storia, blasone, fatturato, palmares, organico, bacino d’utenza e obiettivi stagionali superiori al Napoli cui potevi andare: perché proprio alla Juve?

Certo, puoi sempre dire, a tua (parziale) discolpa, che la Juve era l’unica società disposta a pagare, per intero, l’importo della clausola rescissoria inserita dalla società (e da te liberamente sottoscritta, visto che nessuno ti ha obbligato a firmare con una pistola puntata alla tempia…), ma allora, invece di prendere in giro i tuoi ex tifosi dicendo loro di restare tranquilli, invece di far dichiarare a quel pagliaccio di tuo fratello Nicholas (nonché tuo agente) che, pur non condividendo più il progetto tecnico del Napoli, era vostra intenzione rispettare e onorare il contratto, perché non fargli dichiarare “urbi et orbi” che per te l’esperienza a Napoli era da ritenersi conclusa e che se la società non avesse accettato di trattare la tua cessione all’estero (magari rinunciando alla pretesa di incassare il pagamento dell’intera clausola o inserendo alcune eventuali contropartite tecniche) potevi finire alla Juve? In tal caso, stanne certo, avreste messo la società con le spalle al muro dal momento che, pur di non vederti con quell’odiosa maglia a strisce bianconere addosso, a Napoli avrebbero organizzati cortei, sit-in e petizioni on-line per convincere De Laurentiis a trattare la tua cessione ad un altro club (e a rinunciare anche a 30 e oltre milioni di euro…) e la stessa società, ben conoscendo l’odio che i tifosi provano per quella squadra, non avrebbe potuto fare altrimenti, dal momento che irrigidirsi a non voler rivedere al ribasso le pretese economiche e, quindi, a non voler trattare la tua cessione avrebbe di fatto significato consegnarti “chiavi in mano” alla Juve e quindi al nemico giurato dei tifosi.

Allora sì che potevi, a giusta ragione, puntare l’indice e gridare “E’ colpa tua!”, e allora sì che i tifosi del Napoli ti avrebbero dato, loro malgrado, ragione e avrebbero ritenuto la società “colpevole” del tuo passaggio alla Juve. Invece no: hai preferito navigare sott’acqua, agire nell’ombra, di nascosto, come un serpente, come il peggiore dei cospiratori, consapevole del fatto che stavi tradendo nel peggiore dei modi l’amore smisurato dei tuoi ormai ex tifosi, passando proprio dalla parte del nemico “numero uno” di coloro con cui fino a poche settimane prima ti trattenevi sotto la curva a cantare (ipocritamente) e festeggiare le tue imprese!

Alla luce di tutto ciò, potevi mai aspettarti un’accoglienza diversa? Davvero pensavi/speravi di ricevere applausi e striscioni? Ma lo hai capito che ti sei presentato al San Paolo indossando la maglia dell’odiatissima Juventus e non quella, ad esempio, del Liverpool, del Chelsea o di uno dei due Manchester? In virtù di quanto sopra, il tuo tradimento è stato vissuto dai Napoletani peggio di quello fatto, a suo tempo, dal tuo connazionale Tevez quando passò dal Manchester United al City, peggio di come avrebbero vissuto i tifosi romanisti un eventuale e improbabile passaggio di Falcao alla Lazio, peggio di come ha vissuto Don Pietro Savastano il tradimento di Ciro “l’immortale” Di Marzio (e, successivamente, del figlio Genny) o, per restare in casa Juve, peggio di come hanno vissuto l’ex moglie e l’ex migliore amico (nonché stretto e fidato collaboratore) del tuo attuale Presidente Andrea Agnelli quando quest’ultimo, dopo anni di matrimonio, mollò di colpo lei per mettersi con la moglie di lui (dalla serie: signori si nasce!).

Perciò “caro” (si fa per dire…) Gonzalo, quando dici di esserci rimasto male per il trattamento ricevuto allo stadio dai tifosi Napoletani, ci sei o ci fa? Perché, a ben pensarci, solo uno col cervello piccolo piccolo poteva davvero pensare di essere accolto diversamente….

 

Giuseppe Santoro

La Juve ha una “mentalità europea” e ha ridotto il gap con le altre. E il Napoli?

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All’indomani della semifinale di andata di Champions’ League tra Juventus e Barcellona è d’obbligo fare un paio di considerazioni.

La prima di natura “tattica” e, guarda caso, sembra capitare “a fagiolo” dopo giorni di schermaglie a distanza tra i sostenitori del bel gioco (come quello praticato dal Napoli di Sarri) da una parte e quelli della concretezza dall’altra: a tal riguardo va detto che Allegri non esprimerà certamente un “calcio europeo”, anzi di sicuro è uno che preferisce badare più al risultato che alla prestazione e, se necessario, non disdegna di difendersi in 10 dietro la famosa “linea della palla”, tuttavia ha dimostrato di avere, “sine ullo dubio”, la famosa “mentalità europea”. Quanti allenatori italiani avrebbero affrontato il Barcellona di Messi, Neymar, Suarez, etc schierando contemporaneamente Higuain, Mandzukic, Dybala, Pjanic, Cuadrado, Dani Alves e Alex Sandro?  Forse, per le caratteristiche dei singoli, nemmeno il Napoli di Sarri è così, visto che Dani Alves è più “propositivo” rispetto a Hysaj, Pjanic è più “offensivo” di Jorginho, Dybala è più “attaccante” di Hamsik e Mandzukic è più “prima punta” rispetto a Insigne; eppure sono tutti votati al sacrificio, proprio come lo erano nell’Inter di Mourinho, che pure era piena zeppa di calciatori dalle spiccate capacità propositive (Milito, Eto’o, Pandev, Sneijder, Stankovic, Maicon…). E non sarà un caso se la Juve di Allegri, pur continuando a dominare in campionato, ha finora avuto nelle Coppe un rendimento migliore rispetto alla Juve di Conte.

Ma, oltre alla mentalità “europea” inculcata da Allegri, ciò che deve far riflettere, ancora di più, è il fatto che ormai la Juventus, in questi anni, ha quasi annullato la distanza che la separava dalla grandi d’Europa.  E se è vero, come spesso è stato detto/scritto, che il Napoli sta alla Juve (in Italia) come la Juve sta/stava alle “superpotenze” d’Europa, se il Napoli vuole davvero puntare a ridurre il gap coi bianconeri deve fare esattamente ciò che hanno fatto i torinesi per accorciare le distanze con Real, Bayern, Barcellona e le altre big europee, ossia pensare a ridurre prima il gap economico e, successivamente, quello tecnico, investendo in primis nelle strutture di proprietà (indispensabili per far lievitare sensibilmente il fatturato); non a caso in Europa tutte o quasi hanno impianti propri e nel calcio moderno è ormai quasi impossibile cercare di affermarsi prescindendo da uno stadio di proprietà.

A Napoli, invece, l’ambiente sembra preoccuparsi quasi esclusivamente della permanenza in azzurro dei vari Sarri, Mertens, Insigne, Ghoulam, Koulibaly, etc, e a chi eventualmente acquistare in estate per rinforzare la squadra, convinti che a questa rosa bastino un paio di rinforzi (senza privarsi di nessuno…) per colmare il gap con la prima della classe, non capendo, invece, che così facendo il famigerato gap non si ridurrà mai, in quanto la Juventus, forte del proprio fatturato, avrà sempre una maggiore capacità di investimento e, quindi, potrà effettuare colpi di mercato più importanti di quelli del Napoli, allungando così, ancora di più, le distanze; supponiamo, ad esempio, che in estate il Napoli, assecondando gli umori della piazza, non cede nessuno dei suoi uomini più rappresentativi e compra tre calciatori da 20 milioni l’uno (o quattro da 15 o due da 30) e la Juve, a sua volta, fa 3 colpi da 40 milioni ciascuno (o quattro da 30 oppure due da 60): in tal caso, il famoso gap si sarà ridotto??? O sarà ulteriormente aumentato??? Ecco perché tentare di fare la rincorsa alla Juve in questi termini non condurrà assolutamente a nulla, mentre al contrario il Napoli dovrebbe preoccuparsi prima di realizzare le famose strutture di proprietà (investendo in esse gran parte dei proventi) e poi di costruire una squadra competitiva…

Ma se a Napoli sono già in tanti a criticare una società che nell’ultimo anno ha investito oltre 210 milioni di euro tra cartellini (130 milioni tra mercato estivo e invernale) e monte-ingaggi (80 milioni), non oso immaginare cosa accadrebbe qualora la società dovesse decidere di cambiare strategia/progetto e di investire nelle strutture anziché nella rosa!

E la cosa ancora più grave e che fin quando a ragionare in determinati termini è il classico “popolino”, il tifoso “ignorante” o chi di “professione” fa lo scippatore o lo spacciatore, uno può anche capire e farsene una ragione, ma quando certi tipi di ragionamenti li si sente fare anche dal professionista, dall’uomo di cultura, dall’avvocato, dal commercialista, dal giornalista, dall’ex dirigente o da alcune bandiere storiche del Napoli (come Bruno Giordano e Luis Vinicio), allora veramente ti cadono le braccia e ti ritornano in mente, ancora una volta, le parole profetiche di Eraldo Monzeglio quando ammoniva che a Napoli non si combinerà mai niente di buono!

Giuseppe Santoro

 

Ha ragione Sarri: l’allenatore dopo un po’ puzza!

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Sono d’accordissimo con Maurizio Sarri quando sostiene che l’allenatore è un po’ come il pesce e dopo un po’ puzza; tant’è che se io fossi il Presidente di una squadra di calcio mi piacerebbe cambiare allenatore ogni uno/due anni, così come se fossi un allenatore di calcio mi piacerebbe cambiare sovente squadra, rimanendo sulla stessa panchina al massimo per due stagioni, a meno che, in ambo i casi, non si sposi un certo tipo di progetto, che parte da lontano, come, ad esempio, iniziare ad allenare dalle giovanili per poi approdare in prima squadra (tipo Ajax, Barcellona, etc)!

E a chi, per giustificare il contrario, tira sovente in ballo l’esempio di Ferguson o di Wenger, vorrei far presente che sia lo scozzese che l’alsaziano hanno ricoperto il ruolo di allenatore/manager e che, in quanto tali, non agivano solo da allenatore, ma anche da direttore sportivo e talvolta addirittura da amministratore delegato, visto che le proprietà di Manchester United e Arsenal sono delle società di capitali con sede all’estero e che, in quanto tali, hanno preferito demandare pieni poteri organizzativi ad un solo uomo al quale hanno dato “carta bianca”. Ecco perché immaginare/auspicare uno scenario simile in qualsiasi altra società strutturata in maniera diversa, ossia una società “pesante” in cui figurano già un Presidente molto presente, un Direttore Sportivo e/o un Direttore Generale, un team manager, un responsabile area tecnica, etc, etc. è pressoché impossibile…

Ciò detto, vorrei fare altresì presente quanto segue: Arrigo Sacchi nell’87/88 vinse il campionato al suo primo anno sulla panchina del Milan; due anni dopo toccò a Bigon laurearsi campione d’Italia col Napoli al suo primo anno da allenatore degli azzurri e, ancora due anni dopo, fu la volta di Fabio Capello vincere il tricolore col Milan al primo colpo. Passano tre anni e a vincere il campionato, dopo un lungo digiuno, fu la volta della Juve di Marcello Lippi, anche lui appena approdato sulla panchina dei bianconeri e lo stesso capitò ad Alberto Zaccheroni, che nell’98/99 vinse lo scudetto col Milan al suo primo anno da allenatore rossonero. Tempo due anni e fu ancora Lippi a laurearsi campione di Italia al suo debutto/bis sulla panchina della Juve e la stessa cosa capito nuovamente anche a Fabio Capello che riuscì, dopo 13 anni, a bissare l’impresa di vincere lo scudetto al suo primo anno in panchina (questa volta alla guida della Juventus, anche se quel titolo, così come quello conquistato l’anno successivo, gli è stato revocato dalla giustizia sportiva). Passano altri quattro anni e fu la volta del portoghese Mourinho riuscire a vincere il campionato al debutto sulla panchina dell’Inter, impresa riuscita dopo di lui ad Allegri nel 2010/11 col Milan, a Conte l’anno dopo con la Juve e nuovamente ad Allegri ancora con la Juve!

Alla luce di ciò, sarebbe opportuno porsi qualche domanda: ma tutti quei “sapientoni” e “sapientini” vari che ci propinano sempre la solita solfa che per raggiungere risultati importanti occorre perseguire la continuità tecnica, di quale sport parlano? Su quale pianeta hanno vissuto negli ultimi trenta anni? Quali droghe assumono?  O davvero pensano che le persone hanno l’anello al naso e si bevono tutte le cazzate che raccontano/scrivono?

 

Giuseppe Santoro

Il calcio è cambiato ma in tanti non vogliono capirlo!

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Sempre più spesso capita di leggere o ascoltare tifosi e addetti ai lavori scrivere/dire, ad esempio, che “il Napoli deve blindare Sarri/Mertens/Insigne”, piuttosto che “la Juve deve blindare Dybala/Allegri”, o che “l’Inter deve blindare Icardi/Perisic”, “la Roma deve blindare Nainggolan/Strootman”, “il Milan fare di tutto per trattenere Donnarumma”, etc, dimenticando che calciatori e allenatori sono dei professionisti e che, in quanto tali, a differenza dei tifosi, hanno il sacrosanto diritto di voler cambiare aria e squadra ogni tot anni, sia per vivere nuove esperienze che per trovare nuovi stimoli. Molti ancora non hanno capito (o fingono di non aver capito) che il calcio delle bandiere, ossia di quei calciatori che vestono la maglia di una sola squadra per più di un decennio, se si escludono pochissime eccezioni, è finito da un bel po’, e in tanti ancora si illudono di essere rimasti a cavallo tra gli anni 80/90 e quasi “pretendono” che un determinato calciatore debba “restare a vita” nella propria squadra, ignorando, appunto, che i calciatori non sono come i tifosi, che una volta sposati i colori della propria squadra del cuore vi restano fedeli in eterno, e che pertanto non devono, come loro, rimanere “prigionieri di una fede” per sempre. Invece sono sempre di più quei tifosi, opinionisti, giornalisti, etc che vorrebbero che la loro squadra acquistasse sempre nuovi calciatori (possibilmente più forti di quelli che già si ha in organico), non cedendo, però, nessuno dei propri beniamini, ignorando che se tutte le società facessero realmente come loro auspicano, di fatto non si potrebbe più fare il calciomercato, dal momento che nessuno venderebbe più i migliori calciatori e, di conseguenza, nessuno potrebbe comprarli!

Si fa altresì notare che spesso la stragrande maggioranza di coloro che vorrebbero che la propria squadra non cedesse nessuno, motiva questa precisa volontà recitando con il solito refrain “altrimenti non si cresce!”, dimenticando però che come loro vorrebbero, giustamente, che la propria squadra cresca e si migliori, anche i calciatori vorrebbero legittimamente crescere e migliorare, magari approdando in un club di fascia superiore; invece i tifosi sono talmente “egoisti” (e talvolta anche un po’ ignoranti…) da non capire che, ad esempio, un Mertens, dopo 4 anni al Napoli, potrebbe ambire a vestire, eventualmente, la maglia del Manchester United, oppure che un Dybala vorrebbe approdare al Real Madrid o al Barcellona, o che un Icardi potrebbe desiderare di passare dall’Inter al Bayern Monaco o uno Strootman dalla Roma al Chelsea… Per quale motivo le loro legittime ambizioni dovrebbero essere frenate? Perché un calciatore professionista, dopo aver dato tanto per una squadra, non potrebbe ambire a giocare in un club superiore? Per quale motivo dovrebbe rimanere a vita in una determinata società? Possibile che i tifosi non capiscono che non si può e non si deve diventare “carcerieri” dei propri beniamini? Se un calciatore desidera cambiare, è giusto che lo faccia. Con buona pace di chi si ostina a non voler capire che il calcio è cambiato e che la visione che hanno loro è sì romantica, ma oramai obsoleta, superata, antiquata!

Ma, a quanto pare, a non volere capire/rassegnarsi che il calcio di una volta non esiste più (purtroppo o per fortuna dipende dai punti di vista…) non sono solo i tifosi e i tantissimi opinionisti locali ma, talvolta, anche gli stessi protagonisti dal calcio giocato, come ad esempio tutti quegli allenatori e/o calciatori che, a distanza di anni, ancora si stupiscono/lamentano della partita domenicale alle 12:30, dell’anticipo del sabato alle 18:00, del posticipo del lunedì sera, del turno infrasettimanale, delle tournèe estive o invernali in Oriente o negli Stati Uniti, delle gare di Europa League al giovedì sera, suddivise a loro volta in due fasce orarie (quelle delle 19:00 e quelle delle 21:05), ossia le stesse che, a quanto pare, saranno adottate a partire dalla stagione 2018/19 anche per le partite di Champions’ League (sia per quelle del martedì che del mercoledì), il tutto ovviamente al fine di ottenere una sempre minore contemporaneità tra più gare e, quindi, maggiori ascolti per ogni singola partita trasmessa in tv, dal momento che meno partite si giocano in simultanea e più possibilità ci sono che il singolo evento venga visto da più persone (con conseguente aumento di introiti economici…). Bisogna ormai rendersi conto che la componente romantico-sportiva del calcio è ormai ridotta ai minimi termini, mentre aumenta sempre di più quella economico-commerciale; del resto, come giustamente fatto notare da più parti, senza i tanto vituperati soldi degli sponsor e dei diritti tv, difficilmente le società potrebbero acquistare i campioni tanto invocati dal pubblico e, parimenti, accontentare le costanti richieste di rinnovi contrattuali (con relativi aumenti di ingaggio) che puntualmente ricevono da parte dei procuratori di calciatori e allenatori: pretendere l’acquisto di calciatori importanti che a loro volta pretendono contratti milionari e nel contempo lamentarsi degli orari strani delle partite equivale a volere “la botte piena e la moglie ubriaca”! Non si può accettare di buon grado il lato “positivo” dei cambiamenti del calcio e, al tempo stesso, stigmatizzare quelli “negativi”. Chi non vuole accettare questo “new deal” può sempre seguire o giocare/allenare squadre di Serie B e/o Lega Pro; chi invece vuole stare nei piani alti del calcio deve accettare le nuove regole, anche perché come ammoniva Darwin “non è la specie più intelligente a sopravvivere e nemmeno quella più forte. E’ quella più predisposta ai cambiamenti.”

 

 Giuseppe Santoro

S.O.S. campionato: il “problema” non sono le 20 squadre…

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“Campionato falsato”: troppe squadre che, ormai, non hanno più nulla da chiedere alla propria stagione e che, in assenza di obiettivi concreti, danno vita a partite inutili, scontate…

Da settimane non si parla di altro e tutti (o quasi) ad attribuire la responsabilità di ciò alla formula del torneo “a 20 squadre” che, secondo molti, darebbe la possibilità di partecipare alla massima competizione nazionale a società e squadre troppo “deboli” e con poco “appeal”, generando così tornei poco competitivi o addirittura “falsati”; eppure sono anni che al campionato di Serie A prendono parte 20 squadre e, a memoria, non si ricordano altre stagioni come questa, con ben tre squadre, a dicembre già “virtualmente” retrocesse, a dimostrazione ciò che non può essere (solo) il format a 20 squadre ad aver cagionato tutto questo (altrimenti sarebbe accaduto anche in passato…).

E se non è la formula stessa del torneo la causa reale di quanto sta accadendo nel campionato italiano di calcio, la motivazione non può che trovarsi nel sempre maggiore divario tra le cosiddette “grandi” e le cosiddette “piccole”; è innegabile, infatti, che nel corso degli anni la forbice (sia dal punto di vista economico che, di conseguenza, tecnico) è aumentata a dismisura e questa distanza sempre più grande comporta campionati squilibrati, a due velocità, con un gruppo di testa che macina record (di punti) su record e un gruppo in coda che si stacca sempre più, incapace di poter competere con le altre.

Pertanto la “soluzione” più efficace non sarebbe quella di un ritorno al passato, ossia ad un campionato a 18 o addirittura a 16 squadre, così come da più parti suggerito/auspicato (si ricorda, tra l’altro, che, a parte la Bundesliga, cui partecipano 18 squadre, in tutti gli altri tornei più importanti vi partecipano 20 squadre…), bensì sarebbe più logico e sensato intervenire in modo concreto per cercare di ridurre il gap tra grandi e piccole società, in modo da ottenere maggiore competitività e, quindi, campionati più equilibrati/interessanti.

Servirebbe, in primis, una più equa distribuzione dei diritti tv, così come accade, per esempio, in Premier League, dove, a differenza di quanto avviene in Italia, anche le “piccole” possono disporre di cifre importanti e, quindi, possono permettersi di rinforzare la squadra sul mercato con determinati acquisti senza dover “elemosinare” prestiti alle “grandi”; basti pensare al Leicester City, al Southampton, allo Stoke City, etc, ossia squadre “equivalenti” più o meno alle nostre Bologna, Atalanta, Chievo, etc ma che, al contrario delle “corrispondenti” italiane, possono permettersi di fare acquisti da 12/15/18/20 e passa milioni (cosa impensabile in Italia…) e, quindi, allestire organici in grado di “infastidire” le grandi o comunque di mantenere “vivo” il campionato.

In secundis, al fine di far incrementare i fatturati delle società, bisognerebbe incentivare/obbligare le stesse a dotarsi di uno stadio di proprietà, visto che ormai nel calcio che conta (Inghilterra, Spagna, Germania ma non solo) quasi tutte le società dispongono di un proprio impianto, mentre in Italia, tolte Juventus, Sassuolo e Udinese, tutte le altre, ad oggi, giocano ancora in stadi non di proprietà: disporre di strutture proprie e, quindi, non in locazione dagli enti locali equivale ad aumentare gli introiti delle singole società, introiti che possono consentire l’allestimento di organici superiori e, di conseguenza, elevare il livello del campionato rendendolo di fatto più competitivo.

Infine, per evitare che eventuali squadre senza più obiettivi (squadre già retrocesse o che hanno raggiunto la salvezza in anticipo ma che non possono più raggiungere posizioni utili per partecipare alle Coppe Europee) possano giocare le rimanenti gare senza stimoli e quindi “falsare” il cammino delle altre, si potrebbero introdurre premi in denaro per ogni singola vittoria, proprio come già avviene in Champions League, dove sovente capita di vedere squadre già qualificate o eliminate che giocano “alla morte” l’ultima gara per ottenere il premio vittoria messo in palio dalla Uefa (ultimo esempio, in ordine di tempo, la Dynamo Kiev che, pur essendo matematicamente ultima nel proprio girone, ha letteralmente surclassato i turchi del Besiktas che, invece, avevano bisogno dei tre punti per qualificarsi agli ottavi di finale!).

Una più equa distribuzione dei diritti tv, stadi di proprietà per tutte le società e premi vittoria corrispondono a più introiti per tutti e una maggiore disponibilità economica per tutti comporta squadre più competitive e, quindi, campionati più equilibrati.

In caso contrario, l’unica alternativa percorribile, per evitare campionati sempre più “noiosi”, privi di interesse, con organici troppo sbilanciati e dall’esito ormai scontato (e, si badi bene, il “problema” non riguarda solo le “piccole” e quindi la coda della classifica, ma anche il vertice, dal momento che, tranne in Premier, ormai sono anni che si assiste ad un dominio incontrato da parte delle solite “note”: in Italia sono già sei anni che, vuoi per bravura, per episodi, per fatturato nettamente più alto rispetto a tutte le altre o per gli immancabili errori/aiuti arbitrali, il campionato lo vince sempre la Juventus, in Francia, tranne in questa stagione, nella quale si sono susseguite in testa al campionato prima la sorpresa Nizza e in seguito il Monaco, sono anni che domina il ricchissimo Paris Saint Germain, in Germania solo in due occasioni il Borussia Dortmund è riuscito nell’impresa di spezzare lo strapotere della corazzata Bayern, vincitrice, con questo, degli ultimi cinque campionati consecutivi, e lo stesso dicasi per la Spagna e il Portogallo, dove le probabilità che il campionato lo vinca una squadra diversa del duo Real-Barcellona/Porto-Benfica sono veramente ridotte al lumicino…) è quella di dar vita alla cosiddetta “Super-Lega”, ossia un unico campionato Europeo che comprenda le società più ricche e, quindi, più forti del continente e che vedrebbe, pertanto, circa una decina di squadre contendersi la vittoria finale; si immagini, ad esempio, un ipotetico campionato a girone unico composto dalle prime 20 squadre del Ranking Uefa oppure, meglio ancora, a due gironi da 16 squadre ciascuno (coinvolgendo in questo modo le prime 32 squadre del continente) con le prime otto classificate di ciascun girone che darebbero vita, al termine della regular season, alla poule-scudetto (ottavi, quarti, semifinale e finale) e le seconde otto (dalla nona alla sedicesima posizione) prendere parte alla poule-salvezza!

Questo sì che sarebbe Calcio (con la C volutamente maiuscola) per veri amatori: altro che…. Carpi-Frosinone (con tutto il dovuto rispetto…)

 

Giuseppe Santoro

 

 

 

#FACIMME ‘STU STADIO! (IL “VERO PROBLEMA” DEL NAPOLI È… IL SAN PAOLO)

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Inutile girarci attorno, il “vero problema” del Napoli non è la fase difensiva di Sarri, oppure la sua scarsa attitudine a far ruotare 20/22 calciatori, tantomeno una società ridotta al minimo indispensabile e presieduta da un proprietario che, secondo molti, si comporta troppo da “padre-padrone/imprenditore” piuttosto che da “Presidente/tifoso”: il problema del Napoli odierno si chiama… stadio!

Diciamoci la verità: nonostante il pur apprezzabile “maquillage” posto in essere in previsione della sfida con il Real, il San Paolo resta, nel complesso, uno stadio a dir poco indecente e, francamente, giocare le partite di Champions in un impianto simile è una vergogna, per la società, per i tifosi, per la città, per tutti. Sembra quasi di rivivere, al contrario, i tempi della Serie C: in proporzione il San Paolo (attuale) sta ai vari Bernabeu, Anfield, Signal Iduna Park, Stamford Bridge, Allianz Arena, Emirates Stadium, etc, come i campetti di Giulianova, Martina Franca, Sora, Gela, Manfredonia, Acireale, etc stavano al San Paolo 13/14 anni fa; i tifosi ospiti vengono “rinchiusi” in quella specie di gabbia della tribuna laterale da cui la partita si vede malissimo, essendo la stessa decentrata, in posizione asimmetrica rispetto al terreno di gioco e gli stessi tifosi del Napoli (eccetto quelli della Tribuna) nelle gare di cartello sono costretti ad entrare 4/5 ore prima dell’inizio della gare: e poi? Ci fossero almeno dei decenti bar-ristoranti dove trattenersi, dei negozi, il famoso museo, aree dedicate ai bambini, etc, allora uno saprebbe anche come impiegare tutto quel tempo, ma al San Paolo, senza nemmeno una connessione Wi-Fi degna di questo nome, mi dite come si a resistere cinque ore in attesa che inizi la partita senza rischiare di impazzire? Roba da terzo mondo!

Ecco perché urge, come il pane, uno stadio nuovo di zecca, ultramoderno, con tutti i comfort, senza quella stramaledetta pista d’atletica che tiene gli spettatori lontani dal terreno di gioco, con gli spalti a pianta rettangolare e non più ellittica, in modo che anche chi va in curva o chi non occupa i posti centrali di tribuna e/o distinti possa godersi la partita con una buona prospettiva. Un impianto avveniristico, non da 20mila posti come più volte (provocatoriamente) auspicato/minacciato da De Laurentiis e nemmeno da 80mila come il San Paolo dei bei tempi, ma, dalla serie “in medio stat virtus”, da 50mila posti, con una grande area parcheggio (anch’essa di proprietà della società) adiacente o sottostante lo stadio (dipende dalla zona di costruzione), con una copertura degna di questo nome e non come quella attuale che, quando piove, tiene al riparo dall’acqua solo una parte degli spettatori; anzi, considerato che Napoli è famosa nel mondo come “‘o paese d’o sole“, si potrebbe anche ipotizzare un tetto interamente (o in parte) ricoperto da pannelli fotovoltaici e/o termodinamici (come lo è l’Allianz Riviera di Nizza!), in modo da rendere l’intero impianto completamente autosufficiente dal punto di vista energetico (ed eventualmente creare un’ulteriore forma di ricavo per la società dalla “rivendita” dell’energia elettrica –pulita- prodotta in surplus…).

Ovviamente il problema principale è quello di individuare una zona adatta per la costruzione del nuovo stadio e, a tal riguardo, mi permetto di “suggerire” due ipotesi:

1) ad Afragola, nella zona in cui già stanno costruendo la nuova stagione TAV di Napoli, quindi in una zona lontana da centro abitato, dove è possibile usufruire di tanto spazio disponibile per costruire stadio, parcheggi, etc senza andare ad impattare troppo sui problemi di vivibilità dei cittadini;

2) nel caso in cui, invece per motivi “affettivi”, non si volesse spostare lo stadio in provincia e mantenerlo all’interno del territorio comunale di Napoli, la zona a mio avviso più idonea potrebbe essere quella dell’ex Italsider di Bagnoli, da anni al centro di numerose polemiche e discussioni circa la sua bonifica e rivalutazione: quale occasione migliore, quindi, per bonificare e rivalutare l’intera area con la costruzione del nuovo stadio del Napoli?

Certo in entrambi i casi servirebbero le dovute licenze e autorizzazioni, nonché raggiungere determinati “compromessi” con le istituzioni, dal momento che in molti giustamente si chiedono cosa se ne farebbe un domani il Comune di Napoli dello Stadio San Paolo se questo non dovesse essere più la “casa del Napoli”: beh, in primis, il Comune, in siffatte condizioni, potrebbe organizzare/ospitare liberamente al suo interno tutti i concerti e gli eventi di atletica leggera che ritiene opportuno, senza doversi più preoccupare di arrecare danno al suo illustre ”inquilino”, recuperando così una parte dei mancati introiti dovuti alla perdita del canone di locazione da parte del Napoli, il quale, a sua volta, potrebbe ugualmente mantenere il San Paolo, dietro la stipula di un regolare contratto di affitto, come campo dove far giocare la squadra “Primavera” (anzicchè mandarla in giro per i campi di mezza provincia…) e, perché no, ripristinando una cara e vecchia abitudine degli anni d’oro dell’epopea maradoniana, tenere nell’impianto di Fuorigrotta un allenamento aperto al pubblico durante la settimana (salvo, ovviamente, quando ci sono partite infrasettimanali), magari facendo pagare un prezzo simbolico (tipo 50 centesimi per le curve, 1 euro per i Distinti e 2 per la Tribuna…) con incasso a favore del Comune in quanto proprietario dell’impianto! Insomma di soluzioni per “accontentare” tutti ce ne sarebbero, basta solo avere la volontà di affrontare e risolvere seriamente la questione stadio.

Questione che, invece, a quanto pare, a Napoli sembra quasi non importare a nessuno, mentre altrove l’esigenza di dotarsi di un impianto di proprietà è molto sentita, sia dai tifosi che dagli stessi tesserati: si pensi, ad esempio, al caso della Roma, dove Spalletti, nonostante alcuni “rumors” di mercato lo vogliono in procinto di lasciare a giugno la società giallorossa, ha sposato in pieno la (giusta) causa dello stadio, facendo irruzione davanti alle telecamere per gridare “Famo ‘sto stadio”, seguito a ruota da Totti e altri che hanno rilanciato l’appello sui proprio profili “social”; viceversa a Napoli pare si pensi solo ed esclusivamente al calcio giocato, per cui vediamo Sarri che in conferenza, al massimo, si mette a fare ironia sul suo rapporto con De Laurentiis, parlando di improbabili sceneggiature di film, e Insigne ed altri che per bocca dei propri procuratori pensano solo al rinnovo del contratto!

Per non parlare del tifoso “medio” (e anche di certa “stampa”) che sembra preoccuparsi più (o, forse, solo…) della permanenza o meno di Sarri o dei vari Zielinski, Mertens, Koulibaly, Ghoulam, etc, quando poi il futuro del Napoli non può più prescindere da un impianto moderno e di proprietà; preoccuparsi della conferma del tecnico e dei migliori calciatori (e di come fare, semmai, per comprarne altri…) piuttosto che pensare alla realizzazione di un nuovo stadio equivale, più o meno, a quella coppia di sposi che si affanna a comprare mobili di valore, argenteria di lusso, quadri di autore, etc, da mettere poi in una casa popolare, fatiscente, che cade a pezzi, con le pareti ammuffite, di cui, tra l’altro, non sono nemmeno i proprietari…. E non è meglio “arrangiare”, nel frattempo, con mobili, stoviglie e componenti di arredo vari comprati da Ikea e mettere da parte i soldi per comprare un terreno edificabile e costruirci un’intera palazzina in una zona residenziale? Poi, volendo, una volta che sarà terminata, possono, ad esempio, dare in affitto i locali commerciali e/o i posti-auto ricavati rispettivamente al piano terreno o nel locali interrati e, coi soldi ricavati, permettersi, ugualmente, mobili e quadri di valore!

Invece no: a Napoli si preferisce sempre “l’uovo oggi alla gallina domani”, ragion per cui si pretende che i soldi incassati dalle cessioni di Cavani e Higuain (e quelli incassati in futuro da qualche altra eventuale cessione) devono essere tutti reinvestiti in nuovi calciatori: così facendo il Napoli avrà sempre una squadra di valore medio-alto, ma non si garantirà mai un futuro migliore, restando sempre un’eterna incompiuta! Del resto si sa che Napoli è un ambiente troppo “particolare”, in cui non si può mai programmare nulla, preferendo vivere alla giornata, proprio come quelle persone che “nun hanno maje vist’ ‘e bbene”, per cui ci si accontenta dell’immediato dando troppa importanza a cose in realtà fine a se stesse piuttosto che ad altre: e così ci si bea, ad esempio, di 50 minuti (su 190 totali…) di grandissimo calcio contro i pluricampioni del Real Madrid, riempiendoci la bocca con frasi tipo “usciti a testa alta”, dimenticandoci che nel doppio confronto con gli spagnoli il Napoli ha perso 6-2 (e alla luce delle occasioni create e sprecate poteva andare anche peggio!), ci si accampa sotto l’albergo della squadra ospite, fischiando e inveendo contro il loro pullman durante il tragitto aeroporto-albergo e albergo-stadio (francamente mi risulta difficile immaginare scene simili a Parigi quando il Paris Saint Germain ha ospitato il Barcellona…), ci si esalta per il grido “The Champiooons” (manco ci fosse un premio speciale per chi urla più forte), ci si autoproclama la “migliore tifoseria del mondo” per la bolgia dei 60mila accorsi per il Real (ignorando che a Dortmund sono sempre in 80mila, anche contro l’ultima in classifica, mentre a Napoli contro l’Empoli bisogna mettere i biglietti a 5 euro per superare a stento i 15mila paganti….), ci si offende per il dito sulla bocca di Morata, dimenticando che quel gesto lo hanno fatto anche Batistuta e Mourinho al Camp Nou senza per questo suscitare lo stesso sdegno e polemiche…. Insomma si continua a dare troppo peso all’oggi e al “superfluo”, perdendo così di vista il domani e le cose (più) concrete.

Io, invece, al contrario -facendo parte di quella minoranza che “tra i mobili di valore e la casa” ritiene più logico investire su quest’ultima- preferisco guardare avanti, in lontananza, e programmare il futuro ed è per questo motivo che, per assurdo, sono quasi giunto al paradosso di “augurarmi” che il Napoli non raggiunga la qualificazione alla prossima Champions League, purchè la società prenda a pretesto i mancati introiti Uefa per “giustificare” la vendita di alcuni calciatori e, contrariamente a quanto finora avvenuto, non re-investa l’intera cifra incassata per sostituirli bensì rimpiazzi i partenti con altrettanti calciatori pagati più o meno la metà di quanto ricavato dalle loro cessioni, stanziando il rimanente 50% per la costruzione dello stadio. Ad esempio, il Napoli potrebbe vendere Zielinski e/o Milik per 45/50 milioni l’uno e rimpiazzarli con gente tipo Fofana e/o Petagna (o altri profili simili) pagandoli 20/25 milioni a testa (prima che tra qualche anno valgono anche loro 40/50 milioni ciascuno…), vendere Koulibaly a 50/60 sostituendolo, ad esempio, con uno tipo Mangala o un profilo simile da pagare dai 15 ai 25 milioni, vendere un Hysai a 15/20 e sostituirlo con un Toljan a 7,5/10 milioni, etc. Così facendo si manterrebbe ugualmente un impianto di squadra apprezzabile ma, al tempo stesso, e conti alla mano, si riuscirebbe a mettere da parte all’incirca un centinaio di milioni che, uniti al famoso “tesoretto” accumulato in questi anni, consentirebbero al Napoli di potersi costruire uno stadio ex novo senza per questo doversi indebitare con le banche. E poco importa se, con un organico e una politica simile, per qualche anno si dovranno accantonare i “sogni di gloria” e vedere le altre giocare la Champions in tv; anzi, dalla serie “non tutti i mali vengono per nuocere”, può essere che disputare per qualche anno l’Europa League, piuttosto che la Champions, possa dare al Napoli quella famosa “esperienza internazionale” la cui carenza si è sempre paurosamente palesata quando si è trattato di giocare le partite da “dentro o fuori” in Europa. Del resto lo stesso Atletico Madrid, che ha disputato due finali di Champions’ negli ultimi tre anni, si è prima, come si suol dire, “fatta le ossa” nella cosiddetta Europa minore, a differenza del Napoli che, forse, è arrivato un po’ “troppo presto” nell’Europa che conta: basti pensare, infatti, che, da quando è tornato in A, il Napoli ha disputato tre volte le Champions’ e sei l’Europa League, ma se si considera che in due di queste sei volte il Napoli è stato “retrocesso” in Europa League dalla Champions (nel 2013/14 per essere arrivato terzo nel girone di Champions e l’anno successivo per non avere superato il turno preliminare) si può dire che il Napoli “sul campo” ha conquistato quasi più qualificazioni alla massima competizione europea che non all’Europa League e questo, se da un lato ha dato lustro e prestigio a squadra e società, dall’altro ha fatto sì che il Napoli arrivasse a determinati impegni importanti senza aver fatto prima la giusta “gavetta”!

Ecco perché auspico una netta “inversione di tendenza” nei programmi societari e mi auguro che la realizzazione di uno stadio nuovo e di proprietà abbia la precedenza su tutto il resto; viceversa, non potendo contare su ricavi strutturali tali da aumentare, in maniera sensibile, le entrate della società e consentire così quei tipi di investimenti necessari per poter alzare ulteriormente l’asticella, saremo destinati a rimanere in eterno “una grande piazza ma con una mentalità (e un ambiente) provinciale”!

Giuseppe Santoro

P.S.: tale argomento è già stato trattato dallo scrivente in questo altro articolo ( http://www.ilnapolista.it/2016/11/napoli-strutture-proprieta-settimo-posto/ ), pubblicato su “Il Napolista” lo scorso novembre.

 

Ecco perché credere nell’impresa contro il Real non è (solo) follia.

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Prima Premessa: Il Real Madrid , in generale, non è una semplice squadra di calcio, è molto di più. Il Real è una vera e propria leggenda, non solo per le 11 coppe dei Campioni/ Champions vinte o per i tanti titoli esposti in bacheca. Nell’immaginario di ogni appassionato di calcio, da. qualunque parte del mondo provenga, los blancos rappresentano “la squadra” per antonomasia. Il mito.

Seconda premessa: questo Real Madrid, in particolare,   è uno squadrone con   una rosa stellare. Una squadra capace di andare in gol da ben 46 partite di fila, con un monte ingaggi e un fatturato paurosi.

Queste sono le premesse da tenere a mente. E quindi, la compagine di  Madrid è certamente favorita, e si noti che, tra l’altro, mai è uscita agli ottavi di Champions. Pensare che il Napoli possa riuscire a ribaltare la situazione sembrerebbe una follia. Ma in realtà è una follia lucida, e con degli elementi che possono sostenerla.

In primo luogo, il rendimento esterno delle merengues in tutta la stagione non è stato eccellente. Le sconfitte contro Siviglia e Valencia, l’eliminazione in Copa del rey subita ad opera del Celta, i 3 gol incassati a Varsavia contro il Legia, ci indicano che il rendimento della squadra di Zidane in trasferta non è così devastente. Anzi, ci fa notare come soffra particolarmente gli stadi caldi, e difatti la stampa iberica tende a sottolinare il pericolo dell’Effetto San Paolo.

Come se ciò non bastasse, la squadra spagnola non è certo nel suo miglior periodo. Vero che viene da una confortante vittoria per 4 a 1 sul campo dell’Eibar, ma subito prima, nel giro di poco più di una settimana, aveva incassato una sconfitta a Valencia e raccolto un sofferto pari interno contro il Las Palmas.

E lo stile di gioco del Napoli, con i suoi inserimenti veloci e le sue verticalizzazioni, può davvero fare molto male alla retroguardia dei galacticos, che ha dimostrato in più occasioni di non essere imperforabile. Nell’ultimo meso, in 7 gare ufficiali disputate, ha subito ben 10 reti, riuscendo a tenere la porta inviolata solo in una occasione( al Bernabeu contro l’ Espanyol).

Non a caso, tanti osservatori e commentatori, come ad esempio l’ex madridista Martín Vázquez, mettono in guardia Ronaldo e compagni dei grattacapi che l’attacco azzurro può creargli.

E la partita dell’Olimpico di sabato scorso, ha mostrato un Napoli capace anche di saper soffrire, cosa che a volte gli era amncata in questa stagione, dove abbiamo visto un gioco spettacolare e spumeggiante nella meggior parte dei casi, ma qalche segnale di debolezza caratteriale nelle volte in cui è stato in difficoltà.

Alla lue di tutto questo, se davvero stasera la squadra di Sarri riuscisse ad esprimere al meglio il gioco delle migliori occasioni e fosse capace di farlo accompagnare  anche dalla forza di volontà e dallo spirito di sacrificio visto a Roma, allora si che, per davvero, le speranze di una remontada potrebbero essere non solamente un sogno.

E per concludere, un’ultima annotazione statistica: in 6 occasioni il Real ha vinto l’andata in casa per 3 a 1 e in 4 è stato eliminato.

    Attilio Di Lauro